Ti sei affezionato allo sforzo

  • crescita
  • metodo

Ho scritto in C’è sempre un modo che la vera perseveranza tiene fermo l’obiettivo e cambia il metodo, non il contrario. Ma resta un problema pratico che quel pezzo non risolveva: come si fa a sapere, mentre lo si sta vivendo, se si è ancora nella fase in cui va tenuto fermo il metodo, o se si è già oltre, nel punto in cui va cambiato? “Trust the process”, fidati del processo, è il consiglio che sento più spesso e per un po’ funziona.

Poi arriva un momento in cui lo stesso consiglio si ribalta: viene naturale pensare che non si possa aspettare un risultato diverso continuando a fare sempre le stesse cose e che a un certo punto vada cambiato qualcosa. Nessuno dei due poli è sbagliato in assoluto. C’è chi molla un processo buono troppo presto, prima che potesse funzionare. E c’è chi si intestardisce su un processo rotto molto oltre il ragionevole. Il consiglio giusto dipende da quale dei due si sta vivendo ed è proprio questo che è difficile da capire dall’interno.

Perché è difficile da distinguere

Il motivo è semplice da dire e complicato da applicare: il risultato di un processo arriva sempre in ritardo rispetto alle azioni che lo producono. Se il ritardo naturale è lungo, un singolo momento di stallo non dice niente: potrebbe essere rumore, oppure potrebbe essere il segnale che il processo non funziona. Guardando un solo punto nel tempo, i due casi sono indistinguibili.

Questo spiega perché lo stesso consiglio, dai tempo al processo, a volte è saggio e a volte è la scusa con cui ci si tiene stretti a qualcosa che non porta da nessuna parte.

C’è però un secondo motivo e riguarda chi guarda più della cosa guardata. Più fatica hai già messo in un processo, meno riesci a giudicarlo: quello che hai speso in tempo ed energie pesa sulla decisione, anche se è speso comunque vada e non torna più indietro. Ha un nome, è la fallacia dei costi sommersi. Daniel Kahneman la racconta in Pensieri lenti e veloci insieme al meccanismo che la alimenta: una perdita pesa più di un guadagno equivalente. Mollare trasforma in perdita certa una fatica che, finché insisti, puoi ancora chiamare investimento. Ed è per questo che la voglia di restare cresce proprio mentre le ragioni per andarsene aumentano.

Il dip e il vicolo cieco

Seth Godin ha scritto un libro intero su questa distinzione, The Dip. La sua tesi: quasi tutto quello che vale la pena fare ha un tratto in mezzo in cui le cose peggiorano prima di migliorare. Lui lo chiama dip, l’avvallamento: la conca tra la partenza entusiasta e il risultato. Chi molla lì, molla troppo presto. Ma esiste anche il vicolo cieco: un processo che non migliorerà mai, per quanto tempo o sforzo gli si dedichi. Insistere lì non è perseveranza, è solo negare l’evidenza. Il libro non dice come distinguerli guardandoli da dentro, in astratto: dice che bisogna deciderlo prima, non mentre si è nel mezzo e già emotivamente coinvolti nella risposta che si preferisce.

La stessa idea, in un contesto molto diverso, sta al centro del poker. Un giocatore forte non decide se andare avanti guardando quanto gli piace la mano che ha ricevuto: la butta anche quando è buona, se il prezzo da pagare è più alto delle probabilità di portarla a casa. La decisione si prende con i numeri, non con l’attaccamento alle carte. Annie Duke, che ha giocato a poker ai massimi livelli prima di occuparsi di decisioni per mestiere, ha scritto un libro intero su quando conviene smettere, Quit. Il suo consiglio pratico è esattamente questo: fissare in anticipo i criteri che ti diranno di lasciare, mentre non sei ancora coinvolto nella risposta che preferisci.

Il punto di incontro

Se dall’interno, in un solo istante, non si riesce a distinguere un dip da un vicolo cieco, la soluzione non può essere guardare meglio. Deve essere decidere prima, quando non si è ancora emotivamente investiti nel risultato, quale sarà la soglia: quanto tempo, quanti tentativi, quale indicatore concreto si vuole vedere muoversi prima di giudicare. Non il risultato finale, che quasi sempre arriva tardi, ma un segnale intermedio osservabile mentre il processo è ancora in corso.

Fissata quella soglia in anticipo, il consiglio giusto smette di essere ambiguo. Prima della soglia, si insiste: è ancora dentro il dip e il fastidio che si prova è solo il prezzo del percorso. Dopo la soglia, se il segnale concordato non si è mosso, cambiare non è arrendersi: è l’unica cosa onesta da fare, perché il patto stabilito in anticipo con sé stessi è stato rispettato fino in fondo.

Il confine con l’estremo opposto

Fidarsi del processo non significa ignorare i segnali che dicono il contrario finché fa comodo. Ma è vero anche il contrario: cambiare strada al primo intoppo non è la stessa cosa di aver dato al processo il tempo che la propria stessa soglia gli aveva promesso. Entrambi gli estremi si nascondono dietro la stessa scusa, sto solo essendo paziente da un lato, sto solo essendo pragmatico dall’altro. Per questo la soglia va fissata prima: è l’unica cosa che non si piega a seconda di come ci si sente quel giorno.

Se hai un esempio di soglia che ti sei dato in anticipo e di cosa hai deciso quando l’hai raggiunta, scrivimi.

Riferimenti