Perché ho aperto questo spazio
Ho pensieri su quello che mi capita nella vita di tutti i giorni e finora sono finiti in quattro posti: appunti sparsi, messaggi a chi mi sta vicino, le persone con cui passo il tempo e la mia testa. Nessuno dei quattro è un buon archivio. Aprire questo spazio ha due ragioni e vale la pena dirle per come sono.
Si impara davvero solo spiegando
La prima è che scrivere per essere capito da qualcuno che non era nella stanza toglie la scorciatoia di dare per scontato quello che ho già in testa. Quando ragiono senza scrivere, salto i passaggi che mi sembrano ovvi; per spiegarli a qualcun altro devo renderli espliciti uno per uno, dove sta il problema, cosa ho provato, cosa ha funzionato e cosa no. Ed è in quel momento che si vede se un’idea regge davvero o era solo un’impressione. Non serve a decidere cosa pubblicare: serve a riordinare i pensieri, a dargli una forma che prima non avevano.
Non è solo un’impressione mia. Il fenomeno ha un nome in psicologia, protégé effect: chi si prepara a insegnare qualcosa, o semplicemente a spiegarla a qualcun altro, la impara meglio di chi la studia solo per sé. Ed è un’idea vecchia: Seneca la scriveva già duemila anni fa, docendo discimus, insegnando si imparano le cose.
Guardarsi indietro
La seconda ragione è più semplice: voglio tenere traccia di quello che imparo giorno per giorno, per potermi guardare indietro e vedere quanta strada ho fatto: cosa pensavo sei mesi fa e quanto è cambiato da allora. Senza una traccia scritta quel confronto non si può fare: resta solo l’impressione vaga di “essere migliorato”, senza niente da controllare davvero.
C’è anche una convinzione più generale dietro: tenere un diario, di qualunque tipo, aiuta a elaborare, a decidere con più lucidità, a notare pattern nel proprio modo di pensare che altrimenti restano invisibili. Scriverlo in pubblico invece che in un file solo mio aggiunge il vincolo della prima ragione: deve essere capito da qualcuno che non ero io un’ora fa.
Cosa non è
Scrivere qui non è cercare validazione. Il lettore è lo strumento che rende la spiegazione onesta, non il traguardo: se nessuno leggesse questi pezzi, li scriverei comunque, perché il beneficio principale arriva scrivendoli, non dal numero di persone che li leggono dopo.
Di cosa parlo
Quello che mi capita di vivere ha voce in capitolo quanto il lavoro: software, team, intelligenza artificiale applicata a sistemi veri restano il grosso di quello che scrivo, perché è lì che passo la maggior parte delle mie giornate, ma non è un vincolo. Nessun calendario editoriale, nessuna newsletter da riempire ogni martedì: scrivo quando ho qualcosa che vale il tempo di chi legge e se resto in silenzio per un mese vuol dire che non avevo niente da dire.
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