Considerazioni personali su Instagram a fine 2026

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Una volta, quando conoscevi qualcuno e volevi rivederlo, gli chiedevi il numero di telefono. Oggi gli chiedi il profilo. Per me i social network sono soprattutto questo: il vecchio numero di telefono, con qualche foto in più.

Questo è un pezzo personale. Non ho una teoria da difendere, solo il mio punto di vista su uno strumento che uso e che vedo usare. Parlo soprattutto di Instagram, perché è il social che uso di più, ma il discorso vale anche per gli altri. Come tutti gli strumenti, si può usare bene o male.

Parto dal bene, perché c’è.

Quando tengono vicine le persone, funzionano

Un social è un ottimo modo per tenere vive le amicizie. Vedo cosa fanno gli amici che abitano lontano e loro vedono cosa faccio io. Quando ci rivediamo, non partiamo da zero. Vale per le persone più intime e vale per i conoscenti, quelli che senza un punto di contatto perderei di vista nel giro di un anno.

Funziona anche come follow up. Conosci qualcuno a una cena o a un evento, vi scambiate il profilo e il giorno dopo hai un modo semplice per farti risentire. È esattamente quello che faceva il numero di telefono.

Poi c’è una cosa che il numero di telefono non faceva: ti fa capire cosa piace a un amico. Se vedo che ha iniziato ad andare in montagna, ho un’idea concreta di cosa potremmo fare insieme la prossima volta.

In tutti questi casi il social è al servizio di una relazione che esiste già, o che sta nascendo tra due persone che si sono incontrate davvero. È un mezzo, non il posto dove la relazione succede.

Quando diventano un palco, smettono di funzionare

La parte negativa, secondo me, comincia quando lo strumento non serve più a stare in contatto ma a farsi guardare.

Succede quando lo si usa per cercare persone che non si conoscono, quasi sempre partendo dall’aspetto fisico. Succede quando si mostra una vita perfetta per farsi invidiare, o quando si fa una cosa non perché piace ma perché verrà bene nella storia. Succede quando qualcuno pubblica cose illegali solo perché fa figo. All’opposto, c’è chi non pubblica niente per vergogna.

Gli ultimi due sembrano agli antipodi ma hanno la stessa radice: conta chi guarda più di quello che si fa. È lo stesso meccanismo di cui ho scritto in nessuno ha paura di sbagliare da solo: lo sguardo degli altri cambia quello che siamo disposti a fare.

Poi ci sono i like. Un like messo per provarci con qualcuno, un like controllato dalla fidanzata o dal fidanzato per capire a chi l’altro l’ha messo. Una persona che cerca approvazione dalla rete e che a un certo punto non riesce più a farne a meno. Coppie in cui si finisce a parlare soprattutto di quello. Amici seduti allo stesso tavolo, ognuno con il telefono in mano, isolati mentre sono in compagnia.

Infine ci sono i corpi. I social mostrano standard fisici che non esistono, corpi impossibili. Il confronto continuo con quelle foto è una gara persa in partenza. Lo stesso vale per le coppie: relazioni perfette che esistono solo nelle foto e a cui molti ambiscono. Oggi si può ritoccare qualunque cosa e quello che mi preoccupa è che le immagini ritoccate diventino lo standard di domani, quello con cui si misurerà chi sta crescendo adesso.

La bolla, il falso e l’attenzione non sono solo impressioni mie

Su alcune di queste cose non sono l’unico a pensarla così.

La prima è la bolla. Un social vive del tempo che ci passi, quindi ti mostra quello che ti tiene lì: di solito cose che confermano quello che pensi già. Eli Pariser l’ha chiamata bolla di filtraggio in un libro del 2011. Si somma al bias di conferma, la tendenza che abbiamo tutti a cercare e ricordare le informazioni che ci danno ragione. Il risultato è una bolla che alimenta le convinzioni, giuste o sbagliate che siano.

La seconda è il falso. I social possono essere un’ottima fonte per imparare, ma spesso vince la disinformazione. Nel 2018 tre ricercatori del MIT hanno pubblicato su Science uno studio su circa 126.000 notizie condivise su Twitter tra il 2006 e il 2017: quelle false arrivavano più lontano e più in fretta di quelle vere, in tutte le categorie. Non per colpa dei bot, che spingevano vere e false allo stesso modo: a fare la differenza erano le persone. Gli autori notano anche che le notizie false suscitavano più paura, disgusto e sorpresa. Io lo dico in modo meno scientifico: l’odio fa più audience dell’amore.

La terza è l’attenzione, che ho la sensazione stia calando molto. Gloria Mark racconta nel suo libro Attention Span che il tempo medio passato su uno schermo prima di spostarsi altrove è sceso da circa due minuti e mezzo nel 2004 a 47 secondi, ma non dice che la causa siano i social. Su questo devo ancora leggere molto.

Chi subisce di più

Essere una donna sui social non è facile. Qualunque ragazza riceve avance da uomini che non conosce e non è un’impressione: nel 2020 Plan International ha sentito 14.000 ragazze tra i 15 e i 25 anni in 22 paesi. Il 58% aveva subito molestie o abusi online. Tra loro, quasi una su cinque aveva smesso di usare quel social o lo usava molto meno.

L’ho visto da vicino, con due ragazze che ho frequentato. La prima faceva l’influencer: riceveva messaggi da uomini a qualsiasi ora del giorno e della notte e poi, spesso, quelli delle loro fidanzate, che chiedevano a lei se il loro ragazzo le scrivesse. La seconda riceveva telefonate di notte da ragazze che avevano visto una sua chat con il loro partner, o una risposta a una sua storia. In tutti e due i casi era lei a dover rendere conto di qualcosa che non aveva cercato.

Chi riceve i messaggi paga due volte: prima le avance che non ha chiesto, poi la gelosia di chi sta con chi gliele manda.

Al bar lo sapevi, in chat no

Una volta, se la tua ragazza andava a prendere un caffè con qualcuno, o al bar si metteva a parlare con una persona, lo sapevi. Non era un problema.

Con le chat tutto diventa più oscuro. Una conversazione succede in un posto dove l’altro non c’è, a qualsiasi ora. Quando salta fuori arriva a pezzi: una notifica, un’anteprima, una risposta a una storia. Senza tono di voce e senza contesto, ogni frase si può leggere in dieci modi diversi. Chi è insicuro sceglie quasi sempre il peggiore. È la bolla di cui parlavo prima, in piccolo: si legge quello che conferma quello che si teme già.

Anche qui non sono l’unico a vederlo. Nel 2009 tre ricercatori dell’Università di Guelph, in Canada, hanno chiesto a 308 studenti universitari quanto tempo passassero su Facebook e quanto fossero gelosi nella loro relazione: chi ci passava più tempo era più geloso. Una delle autrici l’ha descritto come un circolo vizioso. La gelosia spinge a controllare il profilo del partner, il controllo fa trovare nuove informazioni ambigue, quelle alimentano altra gelosia. Le telefonate notturne che ho raccontato sono quel circolo visto da fuori.

Non ho una ricetta. Però dal paragone con il bar mi porto via una cosa: quel caffè non era un problema perché era visibile. Il guaio delle chat non è che esistano, è che restano al buio. Forse allora la strada non è controllare di più, che alimenta il circolo vizioso di cui parlavo sopra, ma riportare le cose alla luce: raccontarsi chi ci scrive, come una volta ci si raccontava chi si era incontrato al bar. Quando arriva un dubbio, chiederlo alla persona con cui si sta, non a quella che ha ricevuto il messaggio.

Il problema non è pubblicare, è farlo per essere guardati

Tutto questo non è un discorso contro i social. Non sto dicendo che si stava meglio senza, né che chi pubblica sia vanitoso: anch’io pubblico, questo blog compreso. La differenza che vedo è tra pubblicare per tenere un contatto e pubblicare per essere guardati. È la stessa distinzione che ho fatto quando ho scelto da chi farmi guardare, tra raccontare quello che si fa e costruirsi una vetrina.

Quando vedo certe foto o certe storie mi dispiace per come quella persona sta usando lo strumento. Non è un giudizio su di lei: è lo stesso strumento che tiene vicini gli amici, usato per farsi guardare. Per questo vorrei portare più consapevolezza tra i giovani, che ci stanno crescendo dentro. Non per toglierglielo di mano, ma perché sappiano distinguere un numero di telefono da un palcoscenico.

In generale vedo dei pro, ma davvero tanti contro. Chiudo con un dubbio grosso, che da solo non riesco a sciogliere: che ne pensate voi? Se avete una risposta, o anche solo un dubbio diverso dal mio, scrivetemi.

Riferimenti

  • Eli Pariser, Il filtro. Quello che internet ci nasconde, Il Saggiatore, 2012 (scheda dell’editore): l’idea di bolla di filtraggio (edizione originale The Filter Bubble, 2011; voce Wikipedia solo in inglese).
  • Soroush Vosoughi, Deb Roy, Sinan Aral, The spread of true and false news online, Science, 2018 (articolo sull’editore): lo studio sulla diffusione delle notizie false su Twitter.
  • Gloria Mark, Attention Span: A Groundbreaking Way to Restore Balance, Happiness and Productivity, Hanover Square Press, 2023: le misure sulla durata dell’attenzione davanti agli schermi (voce Wikipedia solo in inglese).
  • Plan International, State of the World’s Girls 2020: Free to Be Online?, 2020 (il rapporto): l’indagine su 14.000 ragazze e le molestie online.
  • Amy Muise, Emily Christofides, Serge Desmarais, More Information than You Ever Wanted: Does Facebook Bring Out the Green-Eyed Monster of Jealousy?, CyberPsychology & Behavior, 2009 (articolo sull’editore): lo studio su Facebook e gelosia nella coppia.