C'è sempre un modo

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  • perseveranza

Nel post di ieri ho scritto che bisogna provare, anche sapendo che il primo tentativo sarà probabilmente sbagliato. Ma “provare” da solo non basta, se dopo il quinto o il decimo tentativo si molla lo stesso.

Questa è la mia intuizione: se un obiettivo conta abbastanza da inseguirlo, quasi sempre esiste una strada per arrivarci. Il problema non è quasi mai che le strade siano finite. È che ci si è fermati a provarne una, o due, o cinque, come se un tentativo fosse un’unità intera e discreta: o funziona così o non funziona affatto.

Le varianti sono più di quelle che vedi

In realtà ogni tentativo ha decine di variabili che si possono spostare: l’approccio, il momento, le persone coinvolte, gli strumenti, perfino la definizione del problema che si sta cercando di risolvere. Cambiarne anche solo una produce un tentativo diverso, non una ripetizione del precedente. Le sfumature possibili tra “ho provato in questo modo” e “ho provato in quest’altro” sono, di fatto, infinite: è per questo che “ho provato tutto” è quasi sempre falso. Quello che è vero, di solito, è “ho provato tutte le varianti a cui sono riuscito a pensare finora”. È una differenza enorme: la prima frase chiude la porta, la seconda dice solo che serve pensare a una variante in più.

Non è solo forza di volontà

Angela Duckworth ha passato una carriera a studiare cosa predice davvero il successo verso obiettivi difficili e non è il talento: è quello che chiama grit, la combinazione di passione e perseveranza verso obiettivi a lungo termine. Ma la parte interessante della sua ricerca è che la perseveranza che conta non è testardaggine cieca: è l’insistenza sull’obiettivo accompagnata dalla flessibilità sul metodo. Le due cose vanno insieme, non sono in contraddizione.

Airbnb lo racconta meglio di qualsiasi teoria. I fondatori non hanno passato mesi a perfezionare l’idea di affittare materassi gonfiabili in salotto: quando quello non bastava a pagare l’affitto, hanno venduto scatole di cereali a tema elettorale per sopravvivere e hanno continuato a cambiare prodotto, pubblico, modello finché qualcosa non ha attaccato. L’obiettivo, un modo per far incontrare chi ha uno spazio e chi cerca un posto dove stare, non si è mai mosso. Il tentativo, quello, è cambiato decine di volte.

Il confine con l’ostinazione

C’è una confusione che rovina la maggior parte dei consigli sulla perseveranza ed è bene scioglierla: si dice “non mollare” come se mollare e cambiare strada fossero la stessa cosa. Non lo sono. Chi ripete lo stesso identico tentativo aspettandosi un risultato diverso non sta perseverando: sta solo rimandando la resa. Chi persevera davvero cambia continuamente il modo in cui prova, tenendo fermo solo l’obiettivo. Vista da fuori la perseveranza vera può assomigliare alla testardaggine: cambia solo per chi sa distinguere un obiettivo fermo da un metodo fermo.

Più immaginazione, non più sforzo

Se questo è vero, “ho esaurito i tentativi” è quasi sempre un modo elegante per dire “mi sono fermato a provare varianti che assomigliano troppo tra loro”. La perseveranza vera non è più sforzo sullo stesso tentativo: è più immaginazione su cosa provare dopo. E l’immaginazione, a differenza della forza di volontà, non si esaurisce per stanchezza: si esaurisce solo se si smette di cercarla.

Resta però un problema pratico: come si fa a distinguere, mentre lo si vive, il momento in cui va tenuto fermo il metodo dal momento in cui va cambiato? Ci ho provato in Ti sei affezionato allo sforzo.

Se hai un esempio di obiettivo per cui hai dovuto cambiare completamente strada pur di raggiungerlo, scrivimi.

Riferimenti

  • Angela Duckworth, la ricerca sul grit citata qui (voce Wikipedia solo in inglese).
  • Airbnb, per la storia dei primi anni dell’azienda.